Zielinski, la filosofia e la legge del pallone

Oggigiorno, come società di persone, siamo costretti dalla maggioranza dei media e dall’opinione pubblica a dividere la nostra visione del mondo in due modi distinti: o tutto bianco o tutto nero. Vale per qualsiasi argomento, che sia un fatto di cronaca, di politica, di economia, soprattutto di sport e calcio. Io dico sempre che noi addetti ai lavori sbagliamo a giudicare un calciatore quando il giudizio si presume sia ancora acerbo, perché la scuola moderna dell’opinionismo d’assalto fa ricorso a un unico pensiero da seguire. Se gioca bene, è un grande; se per un periodo gioca male, è un brocco, senza tener conto di cali fisiologici, difficoltà di interpretare determinati ruoli e posizioni di campo, oppure semplicemente perché capita un periodo no. Talvolta è bello parlare di qualcosa – di qualsiasi argomento – che non sia per forza bianco e nero, ma grigio o altro colore differente.

Nel roboante 0-4 inflitto al suo primo grande amore calcistico – non ce ne voglia la Roma di Liedholm – Ancelotti ha lanciato l’ennesimo segnale in merito agli elementi, tutti polpacci combattivi, che a partire dal prossimo anno saranno al centro del suo progetto tecnico-tattico, in particolar modo a centrocampo che vedrà nel suo faro Fabian Ruiz. Restando in salsa polacca con le prestazioni di Milik, l’elemento propositivo su cui silenziosamente il Re di Coppe sta investendo è Piotr Zielinski, centrocampista grazia e preghiera, testa alzata e occhio vigile che vuole ragionare in tempi brevi ed eseguire in tempi stretti. Lo fa a sinistra, talvolta al centro. Si rende pericoloso, grazie al suo baricentro basso si contraddistingue per i suoi dribbling, ma è abile anche negli inserimenti senza palla e nel tiro dalla distanza. Unico, grande difetto: incostanza.

Le prestazioni del polacco a inizio stagione, specie quelle andate in scena sul palcoscenico prestigioso della Champions League, avevano orientato l’opinione pubblica e di addetti ai lavori a bollarlo quale eterna promessa incompiuta, un pesce fuor d’acqua nello scacchiere di Ancelotti. C’era chi invocava la cessione, chi partiva con i soliti confronti con i meccanismi un Napoli che non c’è più dalla scorsa estate, altri invece l’hanno etichettato come un semplice calciatore scarso, alla stregua di un altro mezzo calciatore, il connazionale Milik, per molti da mandare in prestito a gennaio o addirittura da piazzare altrove a titolo definitivo.

Zielinski sarà poco continuo, ma l’irruzione della passione attraverso l’intelletto, così come l’istinto presente in centrocampisti come il polacco, per certi versi simile a un mediano e altre volte a un trequartista, costituiscono – rimediabile tuttavia – un fattore di disturbo al suo amore per la logica. In termini più calcistici, Piotr non fa calcoli e silenziosamente sta cominciando a emettere sentenze pur non riuscendo ancora a trovare un equilibrio nei suoi alti e bassi. Sta diventando il fiore all’occhiello degli azzurri, non pone limiti alla sua straordinaria tecnica e si sposa alla perfezione con Allan, Diawara e lo Stesso Fabian Ruiz.

Può sembrare strano, eppure Zielinski descrive nel modo migliore come il calcio, immerso nella filosofia, possa essere un gioco. Un bellissimo gioco in cui il pallone diventa un oggetto magico da identificare, cui si richiede di mettere la propria libertà individuale al servizio della squadra, anche a costo di limitarla, salvo poi far fuoriuscire tutta la propria essenza di calciatore nei momenti di difficoltà collettiva, che ha solo bisogno di spiccare il volo. Con Sarri si è alzato il tasso tecnico del polacco, ma sarà con Ancelotti ad ottenere la maturità completa.

Quando un calciatore attraversa un momento di calo, magari in un periodo cruciale di crescita in cui si richiede di assimilare un nuovo tipo di modulo, gioco e sistema, sarebbe opportuno non cadere in catastrofismi e in giudizi affrettati, perché il mondo non vive soltanto di due colori, ma ha sempre bisogno di sfumature. Un alunno non può essere giudicato da un 4 in pagella iniziale e basta, se nel corso dell’anno sforna compiti ed interrogazioni da 7, 8 e 9 in pagella. Domenica al Tardini è stato straordinario, sta ritrovando autostima e forse sta scoprendo definitivamente il suo equilibrio. Vuole prendere per mano il reparto azzurro con ragione e controllo, contenimento e generose azioni che portano a impreziosire la fase offensiva. Mettiamoci comodi e ammiriamo le sue gesta senza bollarlo frettolosamente, perché il meglio con e per Zielinski deve ancora venire.

 

Andrea Cardinale

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