Il calcio italiano: amato dagli americani, ma snobbato dagli arabi

Negli ultimi anni l’Italia, ma soprattutto il calcio Italiano è diventato il supermarket delle potenze mondiali, basta vedere infatti come tra le prime otto squadre del nostro massimo campionato, solo la Lazio, Atalanta e Napoli, per ora, siano gestite da presidenti Italiani; l’Inter dai cinesi, Roma e Fiorentina dagli Americani, il Milan dal fondo Elliot (Paul Singer), ma è stato anche per anni sotto il dominio dei cinesi, rivelatosi successivamente un flop, e la Juventus? i bianconeri sebbene abbiano la sua sede sportiva ancora a Torino, sono gestiti da una società che di italiano ormai non ha quasi più nulla, per effetto delle politiche di Marchionne, capace di vendere un pacco agli americani e far nascere la Fiat Chrysler, che ha la sede legale ad Amsterdam e quella fiscale a Londra. 

Ampliando leggermente il cerchio, possiamo aggiungere anche il Genoa, gestito dal fondo di investimenti americano 777 Partners, lo Spezia e il Venezia, da presidenti americani ed il Bologna con a capo Joe Saputo, canadese. 

La vera domanda a tutto ciò, è perché in serie A investono tanti personaggi americani e mai gli Arabi? 

L’Italia è fuori dal giro per ragioni prettamente economiche.

A cameraman at work in front of the Serie A setup during the Serie A football match between AC Milan and SSC Napoli at San Siro Stadium in Milano (Italy), March 14th, 2021. Photo Andrea Staccioli / Insidefoto

La prima considerazione riguarda le infrastrutture: gli stadi della Serie A sono vecchi, e non consentono di sfruttare i box office. I club italiani incassano in media 14 milioni da questa voce, contro i 28 milioni dei tedeschi, i 29 degli spagnoli e i 38 degli inglesi. Un altro dato da non sottovalutare riguarda i diritti tv: il fatturato medio delle società di Serie A è di 74 milioni di euro, contro i 174 milioni degli Inglesi, 82 milioni delle tedesche e 91 milioni delle spagnole. 

Dunque la differenza tra gli Americani e gli Arabi è nel modo diverso d’approcciare: i primi sono attirati dalla dimensione ridotta dell’investimento in Serie A, dove con poche decine di milioni ci si può aggiudicare un club e credono nella capacità di prendere per mano l’azienda e ristrutturarla. Mentre gli Arabi provenendo da sistemi economici a bassa mobilità, tendono a vedere stabili gli equilibri di mercato, vedendo scarse possibilità di ristrutturazione e di ascesa economica. Infatti durante l’investimento cercano di creare e di mantenere il valore nel tempo, consapevoli di non ottenere sin dall’inizio profitti, a differenza degli americani che mirano a risultati economici positivi nel breve periodo. 

Un altro aspetto da tenere in forte considerazione è quello geopolitico: per entrare in Italia e nell’Unione europea, i capitali arabi sono soggetti a grosse limitazioni e complicazioni, che invece non si presentano per l’ingresso nel Regno Unito, con i quali sono più affini e di cui apprezzano l’apertura e la facilità del business.

Il fondo PIF, nuovo proprietario nel Newcastle, ha infatti allontanato e smentito ogni possibilità d’acquisto dell’Inter, definendo il campionato italiano “un disastro”, a causa dei motivi elencati precedentemente. 

Dunque per avvicinare queste super potenze anche al nostro campionato, limitando in parte questa drastica situazione, i proprietari di Milan ed Inter stanno progettando insieme lo stadio del futuro, di proprietà, incentivando così anche le altre società a seguire questa strada, cercando di modificare e diminuire la brutta etichetta che ormai tutto il mondo ha di noi.

Ernesto Minicone

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