Il caffè del Professore di Salvatore Sabella

Il caffè del Professore di Salvatore Sabella

Siamo saliti su una nuvola bianca e per 90 minuti e poco più non abbiamo pensato all’ orrore di una guerra che ancora una volta umilia le nostre coscienze.


La povera gente muore per un conflitto del quale non conosce le cause, noi non possiamo fare nulla, solo provare compassione e pietà per come sa essere brutale l’uomo con i suoi simili.
Ma la vita, almeno la nostra per noi fortunati, continua e deve farlo perché solo così ritorneremo ad essere degni della terra che viviamo.
Il nostro spettacolo non si è fermato, la nostra solidarietà finora è racchiusa nei 5 minuti di ritardo con cui sono iniziate le partite ma faremo tanto altro, lo abbiamo vissuto ieri sera, continueremo a farlo perché possiamo solo pregare che tutto il male finisca presto.


Quello spettacolo che ora va commentato, che forse non ci meritiamo, e che abbiamo vissuto con la parte del cuore che era ancora libera dalla collera provata negli ultimi giorni di guerra, un termine indegno ma crudelmente attuale.

È stata una partita sofferta, soprattutto nel primo tempo quando non tenevamo bene il campo con una squadra lunga, nessun filtro a centrocampo, un Osimhen coraggioso ma lasciato da solo e mai servito, con tantissimi errori sia in costruzione che in disimpegno.


Insomma pareva la solita sortita del senno di poi, delle occasioni mancate, del voglio ma non posso e del carattere mancato, la solita solfa che sembra essere nell’aria che respirano i nostri calciatori.

Ci eravamo quasi rassegnati all’ennesima stecca, ad accontentarci del solito punticino quando di più non si riesce a fare ed invece, la rosa profonda ed il cuore hanno fatto davvero la differenza.

Il subentrato Elmas ha letteralmente spaccato la partita, è entrato in tutte le azioni offensive riuscendo a cucire il gioco tra le due fasi, quello in cui era mancato Zielinski nella prima frazione.
Lo stesso hanno fatto poi Ounas, che si è letteralmente trascinato dietro l’intera retroguardia laziale, e il redivivo Lobotka subito padrone del centrocampo.


È stata una partita di attesa prima e poi vinta di giustezza in quei minuti di recupero dove la rasoiata di Fabian, impreciso fino a quel momento, ha disegnato un arcobaleno sempre più dipinto del tricolore.


È una vittoria importantissima che va oltre il semplice risultato perché sancisce che gli azzurri ci sono e hanno fatto la voce grossa nel momento topico del campionato, hanno saputo rialzarsi con impeto dopo la batosta europea subita per la presunzione di aver voluto affrontare il Barcellona a viso aperto. È stata una lezione che è servita e ha ribadito che bisogna saper soffrire ed aspettare.

Siamo felici per il capitano, bellissima la sua prima marcatura, non si può più riprendere la sua squadra ne’ i suoi tifosi, ma sicuramente la sua dignità di campione, che il suo addio sia in una apoteosi figlia dei risultati.

Abbiamo avuto il piglio dei grandi, più forte degli eventi, negato un evidente rigore, subito un pareggio laziale beffardo perché episodico, non ci siamo scomposti, ci abbiamo creduto fino alla fine e il coraggio è stato premiato.


La vittoria rimette ordine in una classifica strana che rivede i colori bianconeri tornare alla ribalta non per loro merito ma per le lacune altrui, in un trenino ideale dove nessuno al momento ha la forza necessaria per scattare verso la gloria degli altari ma dove sarà l’ esperienza, forse, a fare la differenza ed è questo che spaventa dei bianconeri guidati da un tecnico dalle poche idee e superate, ma l’ unico che sa come si vince, almeno in Italia.

Abbiamo aperto le “chiacchiere” parlando di guerra e di morti, le chiudiamo con una riflessione banale ma vera: ieri allo stadio, taluni individui, inneggiavano al Vesuvio che deve lavarci col fuoco, se questa è la solidarietà che il popolo italiano porta alla popolazione ucraina, noi ci vergogniamo di essere accomunati a questi soggetti, qui non scoppiano bombe materiali ma quelle urlate fanno lo stesso molto male.
Riflettiamo tutti insieme, dobbiamo farlo.

Salvatore Sabella

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