7 si nasce
7 si nasce

7 si nasce
Da sempre il numero 7 risulta essere uno dei numeri più importanti nel calcio. Un numero ambito, che designa caratteristiche particolari e doti eccelse. Piede educato, potenza, velocità e genio, queste le caratteristiche dei numeri 7.
Il numero indicava quale ruolo avesse in campo un calciatore, quale parte del meccanismo della squadra fosse. Oltretutto, l’assenza di nomi dietro le maglie, all’epoca, faceva sì che i calciatori fossero solo numeri e quindi, uscire fuori dal paniere e divenire numero vincente, avrebbe fatto sì che quel calciatore si sarebbe emancipato dal resto del gruppo e ricordato per sempre. Tutto ciò fino al 95/96, dove da lì in poi al numero si aggiunse anche il nome del singolo.
Sta di fatto, però, che durante il periodo di assenza del nome, alcuni numeri tra cui il 7 hanno dato vita a vere e proprie leggende. Chiunque indossi quella maglia, sa che ha un peso enorme e che è chiamato ad onorare e rispettare la stessa.
Tra i grandi numeri 7 della storia, oggi parleremo di due grandi calciatori: George Best e Andrij
Shevchenko. Due calciatori di epoche diverse, ma che hanno fatto la storia di due grandi Club,
Manchester United e Milan.

L’importanza ed il prestigio del numero 7, nasce con George Best. Best è stato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, fenomeno in campo, don giovanni fuori. Il Quinto Beatles, così soprannominato, per i suoi pantaloni a zampa di elefante, il capello lungo, dal volto ribelle e geniale e dai comportamenti anticonformisti.
La sua vita è stata caratterizzata da una serie di vizi. Emblematiche frasi come: “Ho speso gran parte del mio denaro per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato” o “Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcol.
Sono stati i venti minuti peggiori della mia vita”, ci delineano ancor meglio la sua vita, divisa tra divinità in campo ed uomo al di fuori; sì, perché in campo era un genio, considerato uno dei più grandi dribblatori, velocità, abilità palla al piede e grandi capacità di superare l’avversario. Dotato di grande tecnica individuale, abile nel gioco aereo e nonostante la sua minuta corporatura riusciva a sovrastare i difensori.

All’età di 15 anni fu scartato dal Glentoran, ma il suo talento fu notato da Bishop, osservatore del Manchester United che inviò un telegramma che recitava: «Credo di aver trovato un genio» a Matt Busby, allenatore dello United. Militò nei Red Devils, in prima squadra, a soli 17 anni,
collezionando 137 goal in 361 partite e vinse il Pallone d’Oro nel 1968, a soli 22 anni, più un paio
di titoli da capocannoniere, mentre, a livello collettivo, ha vinto una Coppa dei Campioni, una Fa Cup e due Charity Shield.
La storia ci insegna che le leggende nascono dai grandi nomi e forse Best questo l’aveva già nel suo cognome.
Andrij Shevchenko. Anche di questo calciatore, possiamo dire che nel suo nome c’era già
qualcosa di scritto, vuoi perché è così, vuoi perché vogliamo convincerci noi, però sembra
realmente che il destino di tutti noi sia già scritto.

Nato in un paesino vicino Kiev, Sheva, così soprannominato, ha avuto un’ infanzia difficile, all’età di nove anni, dovette trasferirsi con la famiglia in un’altra città, per scampare alle radiazioni del disastro di Chernobyl. Ancora una volta, però, il destino sembra presentarsi alle sue porte, tant’è vero che lui stesso ci dice: “Appena arrivai al Milan incontrai Ibrahim Ba che mi disse: ‘Se vuoi ti lascio questo numero’. Io ringraziai, era perfetto. Due giorni dopo mi chiamò un amico d’infanzia, mi disse: ‘Sai che in lingua ebraica sette si dice Sheva?’ Io non ci potevo credere. Mi disse che mi avrebbe portato fortuna”. Ed aveva ragione.
Sheva è un ex calciatore ucraino, esordì nella Dinamo Kiev per poi indossare la maglia del Milan. Arrivò al Milan grazie ad Ariedo Braida. “ lui vide qualcosa in me che nemmeno io vedevo”. “Quando portò Galliani in Ucraina per vedermi giocare, giocai una partita orrenda, ma lui mi difese. E quando venne a casa mia per convincermi a firmare, mi diede una maglia rosso nera con sopra il mio nome. ‘ci vincerai il pallone d’oro con questa mi disse’. Io e mio padre ci mettemmo a ridere. Aveva ragione lui.” Tanto è vero che lo vinse nel 2004.

Ritenuto uno degli attaccanti più forti e più completi della sua generazione. Dotato di corsa, forza fisica, velocità, abile nel gioco aereo e nel tiro anche da fuori aria, con entrambi i piedi. Si
distingueva per la freddezza nei pressi della porta avversaria, il senso della posizione e per il fiuto del goal, dotato di un ottima tecnica e di un buon dribbling.
Ricordato per le sue doti di sacrificio e per la capacità di svariare su tutto il fronte d’attacco. Ottimo rigorista e buon calciatore di punizioni.
Dopo anni nel Milan, andò al Chelsea, anche lì non si fece mancare grandi soddisfazioni.

Nella sua carriera ha collezionato numerosi trofei, sia individuali, quali: capocannoniere
Champions League, capocannoniere della Coppa d’Ucraina, calciatore ucraino dell’anno, miglior giocatore UEFA, ecc…, che collettivi tra cui, una UEFA Champions League, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, una Supercoppa UEFA, un Campionato italiano, Coppa
d’Inghilterra, Coppa di lega inglese ecc…
Ciò che possiamo dire è che la numero 7, resta una delle maglie più gloriose del calcio e chiunque la indossi deve esserne all’altezza. 7 sono le virtù, 7 sono i vizi capitali e forse l’ossimoro di questa maglia, sta proprio nel fatto che chi la indossi dev’essere un mix di tutto ed è vero anche che le leggende sono tali sia dentro che fuori dal campo.
Francesca Tripaldelli
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