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Il calcio è di tutti: partite non in chiaro, scelta giusta?

 

 

Nelle ultime ore si sta discutendo della possibilità di vedere in chiaro le partite di Serie A che si disputeranno in questo mese di quarantena.

È giusto rendere i match del campionato italiano visibili a tutti?

 

La risposta sarebbe una ed una sola (ovvero sì, sarebbe giusto) se non ci trovassimo in questo giro di servizi privati a pagamento da più di 15 anni. Il calcio è lo sport più seguito al mondo e l’Italia, come alcuni paesi europei, erige delle vere e proprie barriere che impediscono la visione a famiglie meno agiate con serie difficoltà economiche. Pensate che nella penisola, stando ai dati di calcioefinanza.it, la stagione di Serie A 16/17 è stata seguita da circa 272.5 milioni di persone, mentre la massima serie italiana di Basket da soli 10 milioni di spettatori (divisi tra Rai, Sky e varie tv locali).

Tutti questi numeri sono stati raggiunti nonostante le alte tariffe imposte dalle tv private… immaginate l’aumento dei dati con il solo pagamento del canone Rai.

 

 

Ritornando quindi alla domanda posta in precedenza – se ci trovassimo in quella determinata situazione – la risposta sarebbe una sola… purtroppo non è questo il caso.

Rendere visibile la Serie A solo per questo mese di Marzo sarebbe  ingiusto nei confronti di chi da anni fa innumerevoli sacrifici per pagare sia il canone sia i servizi privati. Rendere “free” queste partite sarebbe anche una sconfitta contro chi da anni usufruisce del cosiddetto “pezzotto”, che volendo agevolare i meno fortunati, ha penalizzato tutti con l’aumento dei prezzi.

 

Qualunque sia la scuola di pensiero, la decisione è stata presa. La richiesta del ministro Spadafora di vedere le partite in chiaro è stata respinta dalla FIGC. Il motivo? I contratti siglati con gli abbonati non permetterebbero ciò, dunque, salvo variazioni legislative e risarcimenti dell’ultimo minuto, sarà impossibile se non abbonati vedere i recuperi della ventiseiesima giornata.

 

Il calcio è di tutti, ma in Italia un po’ meno.

 

Tobia Cuozzo

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