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“Gender discrimination”, una discriminazione che deve far riflettere

“Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore…il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione.” -Bob Marley

Se il calcio è libertà, allora mi si spieghi perchè se ad amare questo sport è una donna, non debba avere le stesse opportunità e le stesse possibilità di un uomo, e perchè talvolta debba anche sentirsi discriminata e/o diversa in negativo.

8 marzo 2019, le calciatrici della Nazionale USA dichiarano guerra alla federcalcio americana. Viene presentata una causa civile alla corte federale, per “gender discrimination”, discriminazione di genere per l’appunto. Alex Morgan (calciatrice statunitense) e le sue compagne denunciano una notevole diseguaglianza, non solo in termini di stipendi, ma anche sul numero di trasferte, sui sistemi d’allenamento, su cure mediche e modalità di viaggio. Denunciano il fatto che abbiano disputato alcune delle partite su erba sintetica, su cui è più facile infortunarsi tra l’altro, e chiedono perchè debbano volare su aerei di linea, mentre i colleghi maschi su charter privati.

Una simile protesta fu sollevata nel 2016, con cinque giocatrici internazionali che si rivolsero all’EEOC (Equal Employment Opportunity Commission), senza risposta alcuna.

Anche da noi in Italia la situazione non è affatto positiva per le atlete.

Queste le parole di Sara Gama, capitana della Nazionale di calcio italiana e della Juventus: «Di fatto oggi in Italia c’è una discriminazione di genere che non permette a nessuna atleta di essere professionista. Alcune società offrono contratti professionisti e altre da amatori, mentre in Italia questa scelta non è possibile. La gente non sa che noi siamo dilettanti in Italia. Non si può continuare così. Io a 30 anni non ho i contributi, se non quelli versati quando giocavo in Francia e non ho tutele assicurative. Bisogna sederci a un tavolo. Non possiamo riempirci la bocca dicendo quanto siano brave le atlete e poi non riconoscere i diritti che spettano».

Anche quando vestiva la maglia del Brescia, Sara si è fatta sentire, enunciando: “una bambina che s’iscrive a scuola calcio deve giocare insieme ai maschi anche fino ai dodici anni. La parità nello sport è parità nella società.”

È intervenuto a riguardo anche Lello Carlino, presidente del calcio Napoli femminile: «Ho l’impressione che a Napoli le donne non abbiano lo stesso diritto di giocare a calcio degli uomini. Rappresentiamo la città ai massimi livelli nazionali nel calcio femminile da diversi anni eppure non abbiamo un campo sul quale allenarci e giocare. Mi dispiace soprattutto per le ragazze, che fanno tanti sacrifici tra mille difficoltà.

Non poche le polemiche anche per quanto riguarda la questione: “arbitri donna in serie A”. Una delle poche figure femminili è stata quella di Cristina Cini, nel ruolo di assistente arbitrale (guardalinee). Quando è stato chiesto a Nicola Rizzoli: quando ci sarà un arbitro donna in serie A?-il designatore degli arbitri ha risposto: “Quando se lo meriterà. È una questione di meritocrazia, non è una questione solo di uomo o donna”.

Senza dubbio questa è una questione che ci deve far riflettere e che riguarda tutti, e soprattutto non dobbiamo dimenticarci che è una questione di tipo sociale, ancor prima che sportivo.

Raffaele Accetta

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