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Ecco perché ricominciare il campionato è un business sulla salute delle persone

Toccare un tasto così dolente in questo periodo difficile non è roba da poco. A maggior ragione se si va contro i propri interessi. Oggi è la tematica che va più di moda, più degli immigrati, dei 49 milioni di Salvini e più del risarcimento statale. 

Si dà meno visibilità (nonostante la miriade di condivisioni sui social) allo scarico di rifiuti nel canale Agnena che a questo: la riapertura del campionato. 

Premesso che stiamo parlando di un argomento delicato, mi sembra corretto mostrare anche l’altra faccia della medaglia. 

Le parole più usate a riguardo sono “bilancio, PIL, soldi”. E tutte sono assimilate in una sola frase che ormai rimbomba da settimane: ”la serie A è il terzo bacino monetario d’Italia”. 

Certo, la quantità di soldi che girano attorno a diritti TV, partite, interviste, trasmissioni su reti pubbliche e private è immensa. Da non farla entrare nemmeno in una portaerei probabilmente. 

Ricominciando il campionato di calcio però, non si calcola il rischio a cui si espone la salute delle persone. E non parlo solo dei calciatori. Parlo di dirigenti, addetti ai lavori, tecnici, custodi e via dicendo. La lista è infinita. Per non parlare della classe giornalistica che dovrebbe essere presente sul campo. 

Mettiamo caso (scongiurando ovviamente che accada) che un custode X di uno stadio Y sia asintomatico al coronavirus. Ed entrando nello spogliatoio per portare le sole borracce per l’allenamento pre-partita, abbia un contatto qualsiasi con un massaggiatore di una squadra Z. Il danno sarebbe un effetto domino. Una catena che si trasmetterebbe tra squadre e in poco tempo anche alle famiglie degli addetti ai lavori. 

Certo, con guanti e mascherina si è più sicuri. Non lo mettiamo in dubbio. Ma perché rischiare? Perché molte società di serie A (e leghe inferiori) hanno bisogno di quegli incassi?

Poi vi siete posti un’altra domanda: perché la classe giornalistica italiana si è divisa in due blocchi? Chi dice di ricominciare e chi di rimanere a casa. Da un lato c’è chi con cinismo e meschinità annienta l’interesse della salute altrui e chi invece ha la coerenza di dire STOP.

Non possiamo fare il paragone con Francia e Olanda perché sappiamo bene il valore di quei campionati. Non prendiamoci in giro. E ciò nonostante, in Olanda hanno avuto la forza di dire “basta” nonostante la lotta per il titolo fosse ampiamente aperta (Ajax 56 punti, Az Alkmaar 56 punti). In Francia il distacco era così lampante (12 punti tra primo e secondo posto) da non poter fare altro che lasciare il titolo al PSG (e ci mancherebbe). 

In Germania ripartono dal 16 maggio, sarà la scelta giusta?  Probabilmente. Ma perché lì si e qui no? Semplice: in Germania hanno avuto ¼ dei decessi che ha avuto l’Italia e circa 60.000 persone in meno contagiate. 

In Premier riapriranno? Non si sa ancora. Idem per la Spagna, dove girano voci di un campionato che inizi a giugno e termini a fine luglio. In sostanza, da squagliare i giocatori in campo. 

L’Italia è un caso a sé e mai come ora non si possono fare paragoni. Sfortuna? Cattiva gestione delle cose? Non si grida allo scandalo o ai complotti. Si cerca solo di aprire gli occhi e avere il coraggio di dire BASTA. 

Il 7 Maggio c’è stato il primo contagiato nel Torino (asintomatico), l’8 maggio sei persone della Fiorentina (tre dello staff e tre della prima squadra, senza contare gli altri tre giocatori già contagiati). Inter e Juve hanno cercato di placare gli animi senza far uscire troppe notizie. Sono guariti sicuramente Dybala e Rugani. Vengono monitorati gli altri. 

Riassunto? Al Nord non ci sono le condizioni per ricominciare. E un campionato diviso non sarebbe equo. La soluzione migliore? Sospendere. Dire stop al campionato 2019/2020. 

E’ un bene per tutti. Per far sì che a settembre ci siano le condizioni tali da ripartire concretamente trovando un protocollo sicuro. Le partite della domenica mancano a tutti, ma vogliamo paragonarlo alla mancanza di una persona cara venuta a mancare a causa del Covid-19? Riflettiamo. 

Matteo Sorrentino

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