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“Decreto crescita”, da opportunità a scusa di Adl per non fare mercato?

Il provvedimento disposto dal governo sarebbe cambiato. Le agevolazioni fiscali sarebbero inferiori a quelle previste. Il decreto, visto come strumento utile alle aziende del Sud per investire, potrebbe diventare una scusa per non fare acquisti

Sconti sulle tasse del 70% per le aziende italiane che riportano in patria i “cervelli in fuga” (residenti in altri paesi negli ultimi due anni) e che avevano scelto l’estero per avere maggiori opportunità professionali. Per le imprese del Sud la tassazione era addirittura al 10%.

In modo molto sintetico, era questo l’obiettivo del “Decreto crescita” varato dal governo grillo-leghista e in discussione alla Camera: favorire investimenti nel Belpaese, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, abbassando la pressione fiscale.

L’imperfetto è d’obbligo perché a quanto pare tale agevolazione è cambiata. Come riportato da Marco Bellinazzo su Il Sole 24 Ore, il nuovo parametro previsto è del 50%. Non solo, ma la tassazione del 10% per chi decide di investire nel Meridione sarebbe stata abolita. Decisiva la presentazioni di alcuni nuovi emendamenti che stabilirebbero un’aliquota definitiva fissata al 24% (come la “legge Beckham” in Spagna).

Il provvedimento era stato salutato in modo positivo da una gran parte del mondo delle imprese. Considerando anche che il tessuto economico del Paese è costituito da piccole e medie realtà economiche. 

Anche i club calcistici potrebbero usufruire del Decreto, anche perché sono previste interessanti agevolazioni su chi investe nel settore giovanile. Senza entrare nei dettagli finanziari della questione, è però stato interessante discutere di un aspetto.

I media locali hanno ovviamente accolto con entusiasmo una legge che avrebbe consentito al presidente Aurelio De Laurentiis di fare grandi acuisti risparmiando sulle tasse (e magari di sviluppare la tanto decantata e mai vista “Scugnizzeria“). 

Per quanto mi riguarda, già il fatto di paragonare un imprenditore definito eccellente, ad un qualsiasi commerciante (con tutto il rispetto) che investirebbe solo in cambio di un alleggerimento della pressione fiscale, è di per se avvilente.

Per carità che in Italia le tasse siano troppo alte, non solo è un dato di fatto ma anche un problema che da sempre la politica si pone senza riuscire a risolverlo. Ma paragonare De Laurentiis ad una sorta di massaia (sempre con il massimo rispetto) che va a fare la spesa in cerca di offerte o prodotti meno costosi, significa voler sminuire la sua figura di imprenditore.

Ma la magia che conferma l’ipotesi, secondo la quale – forse – De Laurentiis non è da considerare un luminare della finanza al pari di persone come Agnelli o Berlusconi, l’hanno compiuta sempre i giornali.

Tanti colleghi, appresa la notizia delle modifiche apportate al Decreto hanno parlato di norma “anti-De Laurentiis“. Insomma, una misura dei soliti “poteri forti” del Paese che hanno complottato contro il presidente della principale società calcistica del Sud.

Quindi – adesso – sembrerebbe che De Laurentiis, se non dovesse fare un mercato eccellente, sarà perché il Decreto crescita è stato cambiato. A quanto pare, per la stampa nostrana, passare dal considerare – in pochi giorni – un fattore, visto prima come un’opportunità, a scusa, è un attimo. Ma poi, quelli vittimistici e piagnoni, non erano i “papponisti“?!

Andrea Aversa

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